7 in condotta di Susanna Boccalari

7 IN CONDOTTA di Susanna Boccalari

Scuola di un paese di campagna negli anni 60: la scuola è vecchia e grigia, con finestre tanto alte che si vedono solo i tetti delle case vicine ed il cielo. Le tende, che si raccolgono faticosamente a pacchetto, hanno uno strano colore beige, per il troppo sole e per la polvere di anni.
Banchi neri, tristi e segnati da generazioni di pennini e temperini, con il calamaio mai ripulito, dove l’inchiostro, rabboccato diligentemente dalla bidella, diventava spesso un grumo, per la gioia di chi usava magistralmente il pennino come fionda. Le uniche note di colore erano le lettere dell’alfabeto appese ben in alto, e la carte geografiche.
E poi ancora, i gabinetti in mezzo al cortile, alla turca, che ai bambini della prima elementare facevano paura, il cortile sterrato, polveroso a fine anno scolastico, un vero pantano in inverno.
Classi di 25, 30 alunni. Una sola maestra. Bastava, per insegnare e mantenere l’ordine. Qualche volta abitava in paese, ancora più temuta perché magari incontrava mamma o papà e le birichinate non erano più segreti, oppure arrivava dalla città, passata al setaccio fine dalle mamme che poi copiavano le gonne o il suo modo di pettinarsi.
Scuola di campagna negli anni 60: le note erano note, tornare a casa con una mezza paginetta scritta con inchiostro rosso da far firmare… ahia! E se le maestre, soprattutto quelle vecchia maniera, nubili e severe, appioppavano qualche salutare scapaccione, matematico che a casa ne prendevi due. Poi ne parliamo, e niente difesa ad oltranza degli amati pargoli: le maestre mettevano in riga anche i genitori, senza lasciarsi troppo intimidire. Scuola di vita.
Scuola di campagna negli anni 60: non c’erano le udienze, con i genitori in fila a fare il conto dei quanto costa quella borsa, o a voler insegnare agli insegnanti il loro mestiere. C’erano le mamme, che capitavano in classe durante l’intervallo o al mattino presto, alcune eleganti e profumate, con la piega fatta apposta il giorno prima, altre con le mani ruvide e arrossate, magari un vago odore di campagna o di stalla che neanche il sapone di Marsiglia riusciva a togliere di dosso. Le prime cercando di mettersi al pari della maestra, le seconde intimidite da quelle donne “studiate”, da cui erano trattate con rispetto, o qualche volta con alterigia. La sfilata delle varie umanità.

Scuola di campagna anni 60: con il 7 in condotta ti bocciavano. Sicuro come l’oro.

Ebbene lo confesso: ho preso 7 in condotta. Oggi potrebbe essere un vanto, allora erano dolori.
Anno scolastico 66/67, nevosa mattina di gennaio. La classe era decimata dal morbillo e dalla nevicata. Niente pulmini o mamme con suv: soprattutto chi abitava nelle cascine, in giornate come quelle era obbligato a starsene a casa. La corriera fermava lontano e le famiglie dovevano badare alle stalle: i bambini stavano a casa, accudendo alle galline ed ai conigli, mentre gli altri, che abitavano in paese, fortunati o sfortunati dipende dal punto di vista, si distribuivano in aule grandi, aspettando la maestra.
Quella mattina la mia maestra, che arrivava dalla città, era rimasta bloccata dal traffico, che anche se era il traffico degli anni 60, sempre traffico era. In classe…be’, il solito. Il capoclasse che tentava di mantenere l’ordine, segnando dietro la lavagna i buoni (che se ne stavano al loro posto a colorare, a leggere, a chiacchierare tranquillamente con il vicino di banco) e i cattivi (occupati a tirarsi cancellino, gessetti, palline di carta, a giocare agli indiani). L’arrivo della maestra passò inosservato per qualche secondo. Poi, la gelata notturna.

“Aprite il quaderno dei compiti e scrivete: oggi mi sono comportato male, ho disturbato le lezioni delle altre classi, urlando e correndo. Alla prossima pagella avrò 7 in condotta.”
Qualcuno si mise a piangere, altri sghignazzarono, si sentirono degli “non è giusto però, io ero al mio posto!” ma sottovoce. Nessuna protesta. A casa ci fu ben poco da spiegare: i genitori conoscevano i loro polli. Alcune mamme, le mamme di quelli “buoni”, furono incaricate di mediare con la maestra, che rimase irremovibile. Condotta: sette, con la bella calligrafia della segretaria. Per qualcuno era l’unica sufficienza, assieme alle assenze. Per altri… un’onta.

Alla fine dell’anno scolastico comunque quasi tutti i sette diventarono otto e nove, nessun dieci. Qualche sette rimase, e la bocciatura arrivò, come promessa.
Scuola di campagna anni 60: a volte mi pare di sentire la campanella e il ricordo di quegli anni sfuma nella nostalgia per brave maestre, che sapevano farsi ricordare. Anche con un 7 in condotta, meritato o meno che fosse.

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La miseria colorata

Lo chiamano tutti Lolo, solo Lolo.
Vive, o meglio sopravvive, nella più sporca e lurida periferia di New York, o forse Lima, Brasilia, Città del Capo, Honk Kong: la città non è importante, potrebbe appartenere a qualsiasi parte del mondo, come la povertà che lo ha avvolto in una fredda coperta fin dalle prime ore della sua vita solitaria.
Dovrebbe avere 7/8 anni, ma non ne è sicuro, così come non sa se quella donna triste e macilenta che gli dicono essere sua madre lo sia davvero. Non ha neanche idea di come dovrebbe essere una madre.
Lolo però è diverso da quella miriade di altri cuccioli d’uomo abbandonati a sé stessi con cui gioca e lotta nelle strade di quella crudele città: Lolo ha i denti bianchissimi e vede la vita a colori, nonostante tutto.
I pochi centesimi che riesce a tenere per sè li spende per comprare dentifricio, spazzolini e sapone: si lava nei bagni delle stazioni o degli ospizi per poveri, dove ogni tanto trova rifugio.
Quella che chiama madre gli ripete che se avrà denti sani potrà mangiare qualsiasi cosa gli capiterà di trovare nei bidoni della spazzatura o tra gli scarti dei supermercati. Nient’altro. Non ha altri consigli per lui: la fame è il solo pensiero quotidiano di quelle come lei.
Oggi Lolo è partito presto, è arrivato in centro viaggiando su un mezzo della nettezza urbana.
L’autista è uno che ce l’ha fatta ad uscire dalla miseria e, anche se non potrebbe, carica sempre tre o quattro ragazzini nella cabina del camion: un lusso iniziare la giornata con un po’ di caldo e un pezzo di pane.
Le feste di Natale sono finite, Lolo e gli altri si contenderanno i cartoni dei negozi e dei grandi magazzini, che venderanno per pochi centesimi alla cartiera. Le confezioni più belle e colorate Lolo però le nasconde in un vecchio magazzino: l’anno prossimo le venderà agli angoli delle strade del quartiere appena meno povero del suo, per contenere regali da poco ma che faranno un figurone dentro ad una scatola rossa e oro, anche se un po’ ammaccata.
Ma oggi Lolo vuole tentare la sorte nel quartiere dei ricchi, dove i poliziotti tengono lontani gli straccioni come lui. Riesce ad arrivare fino al vicolo dietro la biblioteca e qui trova un vero e proprio tesoro.
Scatoloni praticamente nuovi, non si sono dati neanche la briga di ripiegarli.
Ma non sono vuoti! Sono pieni di vecchi libri per bambini e ragazzi: lo intuisce dai disegni sulle copertine rovinate e da qualche parola che riesce faticosamente a compitare.
Lolo sa cosa sono i libri: li vede in mano a chi si ferma nei parchi a leggere, nelle cartelle dei bambini che vanno a scuola, li vede sfogliare da persone dall’aria importante ed autorevole. Immagina che dentro ci sia qualche cosa di strano, una magia che “fa cambiare le persone”: ha visto una ragazza dai capelli rossi leggere un libro e piangere, ma anche dei ragazzi leggerne un altro e ridere fino alle lacrime. Lacrime, risate, parole.
Dalle finestre illuminate della biblioteca vede uomini e donne sfogliare lentamente e con serietà libroni enormi, scrivere fitto fitto su grandi blocchi di carta giallina. Deve essere per via di tutte quelle parole…
Lolo carica il tesoro sul suo carrettino, e percorrendo furtivo stradine buie arriva al suo rifugio: ha impiegato quasi tutto il giorno però è felice. Ha deciso che i libri non li venderà ai negozietti dell’usato o alla cartiera, se li terrà e magari andrà dal vecchio Giko, che nella sua cantina umida e ammuffita insegna qualche rudimento di scrittura e lettura a quei bambini di nessuno, per imparare le lettere che non conosce bene.
Lolo vuole scoprire la magia delle parole, vuole scoprire, se esiste, il segreto per crescere diverso, per non essere l’ultimo dei dimenticati, vuole trovare le parole giuste per dire “ci sono anch’io”, ma senza urlare.
Lolo si addormenta, sotto ad una coperta di cartone, ma questa sera gli pare di dormire in un letto di piume.
Domani sarà un giorno colorato, come la copertina del libro che tiene ben stretto: “Il piccolo principe”.

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Una tranquilla serata estiva… forse.

UNA TRANQUILLA SERATA ESTIVA

- Pronto? 113?
- Parla Bertani, dica pure.
- Sono il dottor Morelli, un medico, e sono fermo a Roveleto, sulla via Emilia. Ha presente Negri Arredamenti?
- Certo.
- Davanti al cancello di una villetta, proprio di fianco a Negri, c’è un tizio in mutande, con una mazza da baseball in mano che sta discutendo con un cane.
- Animatamente o…?
- No, no, il cane è seduto e lo ascolta tranquillamente, l’uomo invece è agitato.
- Che razza, il cane intendo?
- Un pastore tedesco. Senta, non mi prenda in giro: sono un medico e ho una certa esperienza sugli effetti del caldo di questi giorni!
- Scusi, ma era solo per capire se dobbiamo allertare il servizio veterinario.
- OK. Comunque adesso il tizio è entrato nel giardino della villetta, di corsa e il cane gli è andato dietro. E’ sempre molto agitato, gesticola e parla da solo. L’uomo, non il cane. Senta, se mandate qualcuno io resto nei paraggi, servisse un calmante.
- Va bene, grazie. Mandiamo subito una volante. Lei però non si avvicini, mi raccomando. Niente eroismi.

Bertani si gira verso il collega:
- Ciccio, che dici? Ci mandiamo i due pivellini della volante 13? Mo’ vediamo come se la cavano, co’ tutte le procedure stampate qua – e si tocca la tempia – con il tizio smutandato.
- Vabbuo’, ce penso io. Sala operativa a Venezia 13: intervento urgente a Roveleto di Cadeo. Villetta di fianco a Negri Arredamenti. Attenzione: uomo, bianco, armato di mazza da baseball, atteggiamento sospetto e molto agitato. Occhio ragazzi: c’è anche un cane, razza sconosciuta, di grossa taglia. Svelti.
- Kappa. – Fruscii e un sottofondo di musica tecno.

Tempo 3 secondi e sentirono la macchina sgommare dal parcheggio, l’odore degli pneumatici arrivò fino al secondo piano, insieme al suono delle sirene: contarono fino a cinque e sentirono le frenate degli automobilisti alla rotonda in fondo al viale. Aspettarono il botto: niente, i pivellini erano sani e salvi.

Due minuti e…

- Prontoooooo? Centotreediciiiiiiii?
- Certo signora, dica pure. – Bertani scostò la cornetta ad almeno mezzo metro dall’orecchio: la telefonata l’avrebbe sentita anche il Dirigente, al piano di sopra.
- Sono Rosetta Bisi, vedova Bonatti, vedova Germani, fu Antonio e fu Argenide, via Emilia 3, Roveleto di Cadeo, provincia di Piacenza.
Bertani si toccò scaramanticamente: doppia vedovanza, si sa mai che sia contagiosa.
- Giovinotto cla staga teint! LEI deve mandare qualcuno perché davanti casa mia c’è un uomo biot, biotto, nudo, caaattiiiivooooo, che sta picchiando un cane con un bastone! OHSSSIGNUR… lo mazza, adesso lo mazza… HA CAPITO DOVE SONO???? – 120 decibel, minimo.
- Signora Bisi…
- Vedova Bonatti, vedova Germani, giovane. 85 anni se le interessa.

Ciccio, che stava ascoltando suo malgrado, disegnò un paio di cuoricini su un foglietto e cominciò a mandare bacetti silenziosi al collega, che lo fulminò con gli occhi.
- Va bene, signora. Ci hanno già avvisato. Adesso lei si chiuda in casa e non si preoccupi.
- E, ma se mi chiudo in casa non vedo mica l’uomo biotto!
- Scusi, ma lei non è in casa?
- Mo nooo! Sono in giardino, sulla scala che mi serve per cattare su le pesche, c’ho il telefonino che mi ha regalato mio nipote! Fa anche le foto! Quello lì, se va bene sotto il lampione, ci faccio una bella foto, poi la metto sul mio compiutero!
- Lei ha il computer?
Ciccio, paonazzo e praticamente in apnea, stava ridendo fino alle lacrime, appoggiato al muro come stesse facendo la conta a nascondino, dando teatralmente pugni alla parente, ma piano però.
- Beh giovane, ma in che mondo vivi te? Sicuro che c’ho il compiutero! Varda che bastonate! Ciao ciao!

Bertani e Fusco si guardarono attraverso il velo di lacrime delle risate: ormai non dicevano più da tanto tempo NON CI POSSO CREDERE! Segnarono la seconda chiamata e scherzarono ancora qualche minuto su come la nonna usasse il compiutero: la doppia vedovanza la diceva tutta.

Fusco si mise a canticchiare, sottovoce: – La notte è piccola per noi, troppo piccolina, na na na nanananaà.
Ma quella notte non era fatta per la calma: una volta tanto che non c’erano risse o retate e che la gente, spossata dal caldo, cercava di starsene al fresco…
Certo, erano solo le dieci e mezza, e prima che sorgesse il sole ne sarebbero successe di cose!

- Pronto 113? – una voce roca e sussurrante, tipo paddrino.
- Dica pure, chi palla e daddove. – Fusco deppalemmo era.
- Fossi scemo se glielo dico. Ascolti bene che ho poco tempo, che poi mi intercettate. Mandate qualcuno a Roveleto. O – MI – CI – DIO. Il mio vicino è impazzito. – Sussurante e scemo.
- Scusasse, se vuole che intevveniamo, un indirizzo ce vuole anh!
- Ma se le ho detto che è il mio vicino, ma provi a mettere in moto in cervello!
- Va bene, va bene. – Inutile discutere.
- Allora, il mio vicino ha sicuramente ucciso qualcuno, è in evidente stato confusionale – adesso la voce era più sicura e molto seriosa, neanche stesse leggendo il rapporto di un esperto C.S.I. – è in mutande, brandisce una mazza da baseball ed è interamente coperto di sangue.
Bertani e Fusco tornano seri, all’erta. Mentre Fusco tiene al telefono l’uomo, Bertani avvisa il capo servizio.
- Okkei, stia calmo e…
- Prenda nota, deve avere intenzione anche di uccidere il suo cane, unico testimone dell’efferato delitto.
Fusco commentò sottovoce: – Si certo! Mo’, se lo salviamo, chiamiamo Rex come inteppetre, per il vebbale!
Solo un attimo.
- E secondo lei chi avrebbe ucciso?
- E che cazzo ne so io? Mica vado a chiedere a tutti quelli che lo vanno a trovare chi sono!
- Non si arrabbi e stia calmo, abbiamo già una macchina in arrivo.
- Io comunque non so niente, non ho visto niente, non voglio grane, quel tipo lì mi ha già combinato dei casini con la siepe!
- Certo certo, poi la sua è una chiamata anonima, vero signor… Come ha detto che si chiama?
- Veh, bello non mi freghi mica!! Se non ti ho detto prima che mi chiamo Giuliano Groppi vuoi che te lo dico adesso! OHHHH mica siamo deficienti! Bon, adesso vado a vedere cosa succede.

Clic.

A questo punto la sala operativa del 113 è affollata: da una parte la curiosità per quelle chiamate strane e dall’altra un po’ di apprensione per i due pivellini.

- Che ce mandiamo anche il commissario Vitali? Sessammai!
- Aspetta nu momento: che impareno qualcosa… Daje ‘na voce che stiano all’occhio! Maronnasanta, tre matti in un botto solo! Avvisa mo’ Laperla al pronto soccorso de tenersi pronto!

Mentre la Volante 13 si districa tra rotonde, scooter, ciclisti col telefonino e commercialisti a caccia di… beh avete capito no?, nel giardino della villetta di fianco a Negri si sta consumando l’ennesimo dramma di questa torrida estate.

C.Giuseppe, 45 anni, impiegato presso un istituto di credito, in mutande, è accasciato sul prato, nascosto dietro un cespuglio di ortensie, l’esile corpo martoriato della punture di zanzare tigre, in preda al panico più assoluto.
Un quarto d’ora prima era andato in cucina, a prepararsi una bella bibita fresca: la pizza alla marinara gli aveva messo una gran’arsura, per non parlare della peperonata della mamma, con cui stava discutendo da mezzogiorno. Con la peperonata, intendo.
Per fortuna la casa era fresca, i vecchi muri spessi avevano tenuto fuori il caldo: si sarebbe goduto per un’oretta le fresche correnti d’aria che si rincorrevano tra le finestre spalancate, magari con della buona musica a fargli compagnia.
Aveva appena spento la luce quando avvertì, nettissima, la sensazione che nel soggiorno ci fosse qualcuno: un movimento nel buio, uno spostamento d’aria che aveva sentito sulla pelle sudaticcia e un odore acido, di abiti mal lavati.
E poi un suono strano, soffocato, spaventoso.

Qualche minuto prima

Giuseppe non esita un attimo.
Si libera delle ciabattine infradito e corre il più silenziosamente possibile all’entrata, dal grande portaombrelli prende la mazza da baseball ricordo di un viaggio negli States, un’ultima occhiata nella stanza appena rischiarata dalle luci della strada e con uno scatto felino… salta la bassa finestrella di fianco al portoncino e finisce in giardino, praticamente addosso ad Ugo Schultz, il suo migliore amico.
Un cane lupo.
Tutti i cani lupo, se svegliati all’improvviso, si incazzano di brutto. E prima mordono, poi controllano chi hanno azzannato.
Per fortuna Ugo ha un attimo di esitazione e Giuseppe è salvo.
- Ugo, vai! In casa! Ladro! Vai! – Sottovoce per non farsi sentire dall’intruso.

Frasi secche, ordini decisi, l’istruttore era stato chiaro: il cane deve sapere chi comanda.
Ugo lo guarda un attimo, poi si sdraia, incrocia le zampe anteriori, ci appoggia il muso e fissa brevemente dal basso all’alto Giuseppe, che tenta di convincerlo ad entrare in casa. Uno sguardo che la dice tutta: “Io? Entrare in casa? Al buio? Mo sit mat?”

Giuseppe è arrabbiato e spaventato.
- Bell’amico che sei! Le scatolette, il veterinario e guarda che bel ringraziamento.
- “Veterinario? E io che pensavo fosse il medico della mutua!”
- Dài, per favore! Sei un cane lupo! Sei un cane da guardia, no?
- “Non mi risulta.”
- Per favore! Ti prego, ti scongiuro! Ti ricordi Rex, com’è coraggioso?
- “E daje con ‘sto Rex! Ma se mi sparano, io la controfigura non ce l’ho mica! E poi, a lui, lo pagano.”

Giuseppe decide di essere un po’ coraggioso e, quatto quatto, spia dalla finestrella nel soggiorno. Mentre passa un camion che sembra un santuario in trasferta, vede l’intruso: ma quale ladro! E’ un pipistrello, che svolazza sicuro per le stanze, schivando per un niente vasi e lampade, ma senza riuscire ad uscire dalle finestre, ostacolato dalle lunghe tende finite tra i battenti aperti.

Niente ladro ma è peggio che andar di notte a fanali spenti: Giuseppe ha la fobia per topi e pipistrelli. Lo terrorizzano. Succede.
Però in casa deve tornare: mica può dormire in giardino, per di più l’auto è in garage e non ha niente da mettersi addosso.
Acchiappando al volo un po’ di coraggio che passava per caso, e sistemandosi in testa una salvietta trovata appesa ad asciugare, entra in casa, seguito pigramente, o forse cautamente, da Ugo.
Niente da fare: al primo volo radente del pipistrello Giuseppe ritorna precipitosamente in giardino. Non urla semplicemente perché il fiato non collabora.
Arriva al cancello della villetta, ormai deciso a chiedere aiuto: realizza solo allora di essere in mutande, di essere sulla via Emilia e che qualche auto gli lampeggia e poi rallenta. Manda a cagare (scusate ma è dovere di cronaca) un tot di persone e alla fine, per sfogarsi del tutto, se la prende con Ugo, che gli si è tranquillamente seduto accanto.
Gesticolando, sempre brandendo la mazza da baseball, non gliene risparmia una.
- Sei un cane incompetente, un camper per pulci, un mangiascatolette a tradimento, una finta di cane da guardia: per una volta che ti chiedo un favore, tu cosa sei capace di fare? Niente. Un gatto randagio saprebbe fare di meglio. -

Ugo lo guarda con compatimento, poi trotterella in giardino fino alla porta del garage e, sempre con calma, torna da Giuseppe: in bocca tiene il telefonino, che il suo padrone (??) non si era accorto di aver perso poco prima.

Magnum gaudio: Giuseppe comincia a chiamare gli amici, spiegando di aver bisogno per liberarsi di un pipistrello che gli impedisce di entrare in casa. Help, help, help.
Conoscendo Giuseppe e la sua propensione allo scherzo e alle prese per il culo, e sapendo che abita da sempre in campagna, si tolgono qualche soddisfazione…

Adesso

La volante frena a cinque centimetri dalla siepe (e gli va di culo perché volontariamente Luciano, alla guida, non sarebbe mai riuscito a farlo): i due agenti scendono e si mettono in posizione di tiro coperto, sono persino riusciti a infilarsi il giubbetto antiproiettili.
Nessun movimento sospetto, solo un bel cagnone che va loro incontro trotterellando, con la lingua di fuori per il caldo: Ugo li conduce dietro il cespuglio di ortensie.

Una scena pietosa: seduto a gambe incrociate, la salvietta a mo’ di scialletto sulla testa, Giuseppe sta bofonchiando qualcosa che pare assomigliare ad un “ Io Robin, tu Batman… Goldrake” mentre il telefonino che tiene in mano squilla ogni tre secondi. E’ circondato da un nugolo di zanzare, che stanno banchettando allegramente.
Uno degli agenti prende il telefonino e prova a leggere i messaggini in arrivo, per cercare di capire cosa stia succedendo. L’altro tenta, con calma, di convincere Giuseppe a rientrare in casa. Nessun omicidio, niente sangue addosso all’uomo o sulla mazza: un altro che non regge il caldo e forse l’alcool.
Ma quando Giuseppe realizza che lo sta portando in casa, comincia a strepitare, si dibatte, butta le braccia al collo dell’agente, che insomma, sarebbe tradizionalista, e lancia un urlo disumano quando dalla porta finestra, esce un grosso pipistrello, che sfiora il berretto dell’agente.
L’altro agente, che sta arrivando in aiuto al collega, vedendo la scena comprende il significato dei vari messaggini:
- SARA’ MIKA BATMAN.
- DIGLI KE 6 ROBIN.
- VOLA RADENTE TOP GUN

Il Dottor Morelli, rimasto per fortuna nei paraggi, riesce a calmare Giuseppe, ridotto ad uno straccio. Tutti assieme, una ben strana processione, girano la casa da cima a fondo per rassicuralo che non ci sono altri pipistrelli, che non è vero che si nascondono tra le tende o nei bagni ecc. ecc.
Uno degli amici, passando per caso davanti alla villetta e incuriosito dalla presenza della Polizia, si ferma e finisce per fermarsi fino a che Giuseppe, stremato dalla brutta avventura, non piomba in un sonno agitato e pieno di ombre.

L’amico chiude per bene porte e finestre, non prima di aver informato con dovizia di particolari gli amici, e se ne torna a casa.

E gli altri?

La signora Rosetta, colta da un attacco di risate convulse, ha rischiato nel frattempo di cadere dalla scala almeno una decina di volte e le foto le sono venute tutte mosse: ma vuoi mettere il divertimento, altro che Zelig.

L’anonimo telefonista non ha perso una sola scena di tutta la storia, sogghignando soddisfatto fino al momento in cui un automobilista, scorgendo l’auto della Polizia, non ha pensato bene di passare dai 120 ai 50 in venti metri e, non essendo pratico, ha centrando in pieno la siepe appena piantumata, ancora sorretta dai paletti di sostegno.

Nascosto tra le fronde di un albero, il pipistrello se la ride alla grande e poco dopo nell’aria afosa di una bella serata di luglio, è tutto un anda e rianda (sarebbero termini informatici, giovane) di messaggi ad ultrasuoni:
- A tutti i pipistrelli vicini e lontani! Ragazzi! Abbiamo trovato il posto per il Rave party ! Domani sera.. via Emilia.. secondo lampione a destra dopo l’insegna blu! Divertimento assicurato! Il padrone di casa è dei nostri!”

Ogni riferimento a fatti e persone è voluto.

C.Giuseppe esiste: in realtà si chiama Giuseppe C. La privacy è gradita.
Il pipistrello esiste e l’incursione nella villetta è successa davvero.
Roveleto di Cadeo e Negri arredamenti esistono e potere andare a controllare se volete! Occhio ai multavelox.
La signora Rosetta da qualche parte esiste: di bivedove se ne trovano dappertutto (con possibili mariti come Giuseppe è assolutamente certo che ce ne sono).
Il vicino anonimo esiste, ma non andate a cercarlo: in questi giorni è un po’… alberato (capito lo scambio di consonante? No? Spiace.)

Unica libertà che l’autrice si è concessa, le chiamate al 113: forse, però, proprio proprio di fantasia non ha lavorato.
Nessun intervento della Polizia comunque, ma solo quello di un vicino gentile.
Nessun incidente: la siepe fa parte di un’altra storia.

Giuseppe, che ci ha fatto ridere fino alle lacrime con la sua disavventura, si è lasciato tranquillamente prendere in giro: non abbiamo esagerato perché le paure sono una cosa seria, ma ognuno ha avuto spazio per le battuttacce.
Siccome eravamo in 6, affiatati e sempre pronti a “cogliere l’attimo”, persino il taciturno F. si è arreso e si è lasciato coinvolgere.
Il giorno dopo, complice una certa Susanna che ha fatto le ore piccole, Giuseppe è tornato a casa col “suo” raccontino, che probabilmente avrà letto assieme alle sue bambine, durante quello che non abbiamo dubbi, sarà stato un allegrissimo week end.

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La nebbia e altre storie…

Immagina la nebbia, una fitta nebbia bianca che avvolge ogni cosa.

Immagina una collina.

Immagina un grande albero sopra la collina.

Una figura si distingue nella nebbia. Si muove in fretta.

Si ferma. Si gira e si rigira. Prende la strada per la collina, lassù dove la nebbia è spessa.

I rami del grande albero sono spogli e i più grossi sporgono dalla coltre come ad ascoltare i rumori di un bosco lontano.

Nella nebbia che pian piano si sfittisce, la figura assume una forma: una sagoma lunga e stretta con un cappello a tesa larga. Si muove con agilità. Appare da sotto il cappello un volto anziano, stanco.

Arrivato ai piedi dell’albero, sorprende un cioppo di uccelli che subito si alza, inghiottito dal biancore.

Fiotti di vapore escono cadenzati ad ogni respiro. Immobile, si da tempo per prendere fiato.

Il tempo è scandito dal ritmo del suo respiro. Attimi di silenzio attorno: la natura sembra attendere un suo cenno.

In alcuni spazi la nebbia sembra sciogliersi per scoprire i rami più piccoli.

Anche nella mente del vecchio qualcosa sembra uscire dalla nebbia.

La brezza annuncia l’arrivo della sera. I campi sono animati dai gorgoglii delle cicale. L’albero sulla collina è carico di frutti, nascosti dalle grandi foglie verdi.

Vito guarda la madre da sopra il colle. E’ immersa nell’oro del grano. La testa è avvolta in un fazzoletto a fiori. Canta serena mentre si asciuga il sudore. E’ tempo di tornare a casa, la giornata è terminata.

La madre si incammina in un corridoio di ghiaia che termina con una casa e grida qualche parola indecifrabile a Vito, facendo cenno di avvicinarsi. La voce che lo chiama si sente sempre più fioca.

Vito, lasciati i suoi giochi sui rami più alti, scende dall’albero sulla collina. Cammina nello zig zag che la madre fa al suo passaggio tra i filari di grano. Lo fa sempre. In quella scia gli sembra di riconoscere il profumo della madre e vorrebbe non svanisse.

Il vecchio si scrolla di dosso un foglia caduta dall’albero che visto da sotto sembra più basso.

I colori si fanno spazio tra la nebbia.

Il vecchio stringe nella mano un fazzoletto ormai sbiadito.

Lo ricorda ancora mentre la madre se lo sfila dalla testa, riponendolo sulla credenza.

Di colpo la madre socchiude gli occhi e arriccia la fronte. Si stringe un pugno sulla pancia e accenna a Vito di avvicinarsi a lei. Gli parla prima piano all’orecchio e poi gli ripete con voce più forte: “Che faccia presto!”. Vito rimane immobile accanto a lei, stupito dal suo biancore. Prima che lui faccia un passo, lo ferma per un braccio e lo tira a sè. Un abbraccio e poi cade a terra e non si alza più. Vito le passa una mano tra i capelli. Sono ancora caldi dal sole della giornata.

Quando il padre entra in casa dal cortile, Vito è ancora accanto alla madre per terra.

“Sembra dormire…”, singhiozza Vito con occhi pieni di lacrime.

Un raggio gli scalda il viso mentre è intento a fissare l’albero. Da tempo non ricordava quella storia.

Ridiscende piano la collina e prende per i campi ancora colorati da una patina di ghiaccio. Camminando gli sembra di rivedere i colori dei prati, le distese d’erba intermittenti nei campi di grano. Fa un giro su se stesso e prende per un sentiero ghiaiato.

di Simona De Blasio

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I cinque sensi

SENTIRE O VEDERE
La musica inizia con un trillo, leggero, quasi impercettibile. Devi sapere che c’è, altrimenti ti sfugge. Fogli sottilissimi di metallo purissimo, mossi appena da una corrente leggera o da dita diafane e delicate. Se chiudo gli occhi vedo una grotta, dalle volte altissime, con le pareti ricoperte di quarzi di ogni colore che riflettono sulle infinite facce gialle, rosa, viola una minuscola luce: un cielo nuovo.

SAPORE ed EMOZIONE
E’ un sapore strano, secco, polveroso, eppure impasta la bocca, che pure è asciutta.
Forse è un sapore amaro, ma potrebbe anche essere acido: è un sapore grigio, che non mi lascia aprire la bocca, non lascia entrare aria. E’ un sapore che soffoca, non arriva alla gola.
La terra ha tremato e io ho paura.

ODORARE e TOCCARE
La mia bimba si è addormentata, sento il suo corpicino che si rilassa sulla mia spalla. E’ sudata, sorride pacifica: facendo piano per non disturbarla, le accarezzo i capelli. Finissimi, quasi non si sentono, ricordano la seta e si ribellano alla carezza. Arriva anche il suo ODORE, fatto di pelle tiepida, di latte, di borotalco, del suo sudore di bambina. Lo sento ancora, quando la mia bimba, fatta donna, mi abbraccia.

SERA DI PRIMAVERA
Improvvisamente un odore invade la stanza: forte, dolciastro, diventa padrone dell’aria. La robinia. Albero semplice ma in primavera DEVE farsi notare. Zucchero, vaniglia, frutta sconosciuta matura e ricca di succhi: è talmente intensa la mescolanza di aromi da far pensare ad una pagnotta di pane morbidissimo, intrisa di questi umori misteriosi, che si sfalda appena la  stringi. Per una attimo mi sento stordita e penso alle api, che in quel profumo si immergeranno.

IL VENTO
Il vento non mi fa dormire. Lo sento arrivare quando è ancora lontano: uuUUuuUUUuuu, un corista sta provando le note, sempre più forti, poi, trasformista, lo tramuta in un fischio sottile che piano piano si ingrossa. Il fischio vorrebbe scherzare con le foglie, gli piace il rumore che fanno, gli ricorda quello dei fogli di carta rubati al mercato quando sfregano tra di loro. Ma ha fretta, vuol sentire la sua eco tra le case, vuol vedere la sua ombra, nitida e veloce come la coda di una cometa.

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O tu..

Tu, che sei arrivato qui, in questo luogo di Parole e Fotografie

non essere timido, non sentirti nella casa delle tue Zie

dove tutto non si tocca, non si fa altro che guardare

qui con noi puoi parlare,

ma soprattutto, puoi commentare.

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Angelica Buonasorte

4 Irresistibili Indecisioni

Faccio un lavoro strano. O meglio dove lavoro è strano. Tutti i presenti in questa stanza, probabilmente almeno una volta ci sono stati. per lavoro o per divertimento, per svagare almeno una volta. Solo che se vi dico che lavoro all’Angelo Azzurro, voi sicuramente mi direte: ” Ma non ti ho mai vista”. In realtà mi avete vista, ma non vi siete mai accorti di me. Ecco perché faccio il lavoro che faccio. Perché riesco a mimetizzarmi nella gente. Sono la cameriera a cui avete lasciato una lauta mancia in cambio del numero di telefono della ragazza al palo. Una faccia che ricordate per un minuto e poi puff..chi saresti tu? Ma questo non è che una copertura. Sono arrivata li a causa della mia passione: le scarpe.

Soprattutto le scarpe rosse. Ma è una cosa naturale per una donna. Amare le scarpe intendo.

E’ successo anche che la mia auto si rompesse. Proprio il giorno in cui andavo là. Come tutte le persone ho bisogno di sfogarmi. Conosco gente che fa le cose più strane: dal giocare a golf per strada rischiando di rompere parabrezza a chi fa il pasticciere solo nel fine settimana. E a me piace sparare.

Questo non è normale per una ragazza. Ma è normale per una che vive in un quartiere difficile come è il Pilastro. Dove per potersene stare tranquilli, tranquilli tra uno spacciatore e uno strozzino, significa che devi saper usare un’arma.

Insomma dovevo andare al poligono ma quel cartoccio di auto che avevo, ha deciso che si doveva rompere. Io di motori non ne capisco nulla, ragazzi sono una donna. Arrivo a capire che il carburante arriva dal serbatoio alla camera di combustione e due altre o tre cosine, ma poi è buio assoluto. Insomma, dopo aver lasciato l’auto ai margini della strada, mi incammino verso il poligono. Ad un certo punto mi si affianca un macchinone tirato a lucido: il finestrino si abbassa e una voce che conosco comincia a parlarmi

“Tutto a posto?”

Non avevo neanche fatto caso che fosse il mio capo. Manco sapevo che quella fosse la sua auto. quando arrivo io al locale, lui è già li che mette a posto i costumi alle ragazze.

“Angy dove stai andando, come mai in questo quartiere? è lontano da dove abiti” e adesso cosa diavolo gli racconto? La storia dell’amica malata andrà benissimo

“Sai Lu, devo andare da un’amica che sta male. Mi ha chiesto di portargli alcune cose. Abita laggiù in fondo alla strada”. Sembra più la storia di Cappuccetto rosso. Dove però lui è il lupo cattivo.

“Sopra il poligono?” Cazzo.

“Si proprio li sopra”. Saltiamo dentro le sabbie mobili a piedi pari

“Che strano. Li non avevo mai pensato di affittare. I ragazzi che gestiscono il poligono dicono che non ci vivrebbe nessuno. Troppo casino. Però se dici che la tua amica ci abita, allora le farò uno sconto sull’affitto”. Che cogliona che sono stata. Digli la verità e buonanotte al secchio.

“Lu a me piace sparare, mi rilassa. come a Clarissa piace ricamare tra uno spettacolo e l’altro, a me piace sparare.” Silenzio.

Neanche i miei genitori sapevano nulla del lavoro che facevo. Per loro mi ero trasferita in città per amore e vivevo in un appartamento con altre ragazze che studiavano come me all’università. Niente di tutto ciò era vero. Ero andata via di casa perché non ne potevo più…ma qui sto divagando. Dicevo..a si per cinque buoni secondi Lu non disse nulla. Voltò solo lo sguardo verso la strada e annuiva da solo.

“Salta su. Ti accompagno io”.

“Forse non hai capito bene. Io sparo. Con una pistola. Con proiettili veri. Quelli che possono ammazzare la gente. Sai, il sangue, la polizia che indaga. Insomma tutte quelle storie li.”

“Si si ho capito. Sono curioso. Dai salta su. Non ti faccio nulla. Sono solo curioso.”

A me hanno sempre detto che le donne erano quelle curiose. Ma quest’uomo. Questo era la curiosità fatta persona. Saltai in macchina e mi stupì di molte cose. Mi ero immaginata il mio capo come uno sempre attento alle tendenze dell’ultimo momento (per questo il locale era sempre pieno, Lu sapeva rinnovare gli spettacoli per soddisfare maggiormente la clientela), mentre mi ritrovavo una persona totalmente diversa. A lui piacevano i canti gregoriani. Quelle specie di nenie clericali che i monaci cantavano nei monasteri nel medioevo. Devo aver fatto una faccia strana, mentre ascoltavo quella musica, perché lui cominciò a parlare.

“Lo so. So che sembro strano, ma a me rilassano i canti gregoriani. Detesto la musica che mettiamo al locale. Ma è quello che passa il convento, scusa la battuta, per fare un po di soldi. Onestamente”

Lo guardai in modo ancora più strano. E lui deve sicuramente aver pensato “Ma a chi lo sto dicendo: questa per rilassarsi spara.”

So che quando arrivammo, un cancello automatico si aprì e Lu parcheggiò la macchina nel posto che per anni avevo visto vuoto.

“Sai di solito vengo quando il poligono è chiuso. Così nessuno mi può vedere. La baracca era di mio padre. A lui piaceva sparare e prima di morire scrisse nel testamento che avrei dovuto mantenere i “vecchi” rapporti con il poligono per almeno 10 anni, se avessi voluto l’eredità. Vecchio bastardo. A me questo posto neanche piace: mi spavento ogni volta che qualcuno spara. Entriamo. sono curioso”

Le scarpe che indossavo quel giorno erano delle scarpe da tutti i giorni. Scarpe da ginnastica. rosse. Di solito mi vesto con tre colori. Il rosso. Il nero e il bianco. Il rosso, perché, come dice un personaggio di un film, è il colore dei cartelli che ti dicono cosa non si deve fare. E’ il colore del peccato, del sesso. è uno dei colori più vistosi e più egocentrici di tutta la scala cromatica. E’ il colore di chi ti dice: ehi, sono qui. Tra tutti questi colori non mi vedi? Allora devi proprio essere cieco.

Entriamo nel poligono. Lu ed io prendiamo ora due strade diverse. Io al bancone con Clara e lui in ufficio con Silvestro.

Silvestro è il boss li dentro. prima di andare nei loculi, devi superare una bella chiacchierata con lui. Non è uno psicologo, ma uno che vuole sapere perché lo fai. se lo fai perché vuoi vendicarti di un torto, o per altri futili motivi, Silvestro ti porta a bere. Se vuoi diventare bravo e andare alle Olimpiadi o se reputa che la tua motivazione sia fondata, bene, sei diventato uno di casa.

Clara è la moglie di Silvestro. Lei da le cuffie e gli occhiali. Lei conosce tutti e sa dove metterti, in base al tuo livello di bravura. Se hai appena iniziato, ti mette nelle mani di Marco.

Clara sa dove mettermi. Mi conosce: il più lontano. Il mio preferito. Lontano dai pivelli e da Marco, lontano da quelli che si allenano o che vogliono parlare per forza.

L’ultimo loculo è il mio. Sono arrivata a metterci perfino gli adesivi con le foto dei miei amici. Indosso gli occhiali, la cuffia, prendo la mia pistola e metto il caricatore. Ora sono pronta. Tolgo la sicura. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Bang. Premo il pulsante e faccio venire avanti il manichino Marco (non è solo una casualità) con i colpi che ho sparato. Tutti nei punti che mi ero prefissata. Testa. Cuore. Stomaco: lo stomaco perché faccio uscire i succhi e corrodere tutte le membra. Il cuore perché fermo la pompa. La testa perché chiudo i collegamenti alla centrale elettrica.

“Sei brava”. Era Lu. Era dietro di me. Avevo visto tutto.

“Grazie” Un leggero rossore mi deve aver dato vita al mio viso.

“Forse la prossima settimana potrei aver un lavoretto per te. Ma devo rifletterci su. Io devo andare a casa. Di a Silvestro di chiamarti un taxi. E la tua auto è dal mio meccanico. Domani la troverai sotto casa”

“Ma…”

“Niente ma. Ti voglio puntuale stasera al lavoro. E niente scarpe rosse.” Si volta e se ne va.

Io resto li impietrita. Cosa avrà voluto dire con un lavoretto? “Io non uccido gente.” Mi ricordo di aver pensato, ma la mia bocca ci aveva messo troppo tempo per articolare la frase e Lu era già fuori.

Passarono 3 settimane e Lu al lavoro mi trattava come se quel giorno non fosse successo nulla. Poi una sera, la barista mi disse di andare da Lu. Nel suo ufficio. Quando Lu diceva che dovevi andare nel suo ufficio, le cose erano: o ti licenziava, o ti trasferiva nel casino, o aveva scoperto che eri incinta o che ti facevi qualcosa. Lu riusciva a sapere tutto. Non si sa come. Secondo me erano le donne delle pulizie.

Andai nel suo ufficio.

“Angy. Conosci questa persona?” e mi fece vedere una foto.

“Mai visto prima. Ah, e io non uccido gente.”

“Allora chi le paga le scarpe?”

“Io?” Sapevo già in partenza che la risposta era sbagliata

“A te sembra così, ma non lo è in realtà. sono io. Io ti do lo stipendio. Tu compri le scarpe. In realtà sono io che compro le scarpe.” Il ragionamento non faceva una grinza

“Si ma io continuo a non uccidere gente”

“E io continuo a non comprare le scarpe rosse vernice che stavi guardando nella vetrina di quel negozio oggi.” Se fossimo stati sul ring, questo sarebbe un colpo basso.

“Chi è?” avevo preso in mano la foto. L’uomo grondava grasso da tutte le parti. Era un cilindro di ciccia che si muoveva..

Lu cominciò a raccontarmi del tizio. Il cilindro di ciccia era un uomo che pensava che essere nati in un certo posto gli dava il diritto di venire dalle nostre parti e fare il buono e il cattivo tempo in un certo settore. Alcuni amici di Lu avevano deciso che era meglio se lui non facesse più vedere né qui né al suo paese, né in nessun altro posto se non in un parallelepipedo di terra con i vermi a fargli da compagnia.

“Non ho mai sparato ad un uomo. Lo sai questo? Cioè ho sempre sparato ad un manichino di legno e ad una sagoma di carta bianca e nera.”

“Ho fiducia in te. Ti do due settimane di ferie per prendere confidenza con il soggetto. Questi sono i movimenti che fa ogni giorno. Studiateli bene. Falli con lui. Abituati ad essere la sua ombra.”

“Lu, queste cose sono da film americani. Magari vuoi anche che mi metta una tutina di lattex rosso come Gio di la?”

“Non si fa così? No, la tutina te la risparmio. Ma se riesci ad ucciderlo da molto vicino, ti prometto che non dovrai farlo più e che le scarpe saranno tue. Affare fatto?” Sentivo puzza di promessa da marinaio.

E io che cosa potevo dirgli? Aveva messo in mezzo le scarpe… cazzo le scarpe. Farei quasi qualsiasi cosa per loro… e in questo momento avrei anche ucciso.

“Affare fatto. ma sola una volta sola”

Silenzio

“Certo. una sola volta. Fidati”

La mattina dopo cominciai a pensare. Come fare?? Questo si sposta solo per vedere cose strane… che io neanche conoscevo… una cosa però mi incuriosiva. Aveva una strana predilezione per i tacchi alti e per le ragazze vestite alla moda. Degli anni 50. Ma questo in che mondo vive? Siamo nel 2008 e a te piacciono gli anni 50. Però potevo sfruttare questa situazione.

Cominciai a seguirlo (mi sentivo molto poliziotto… però mi divertivo). Tenevo sempre una certa distanza tra me e lui, tra la sua auto e la mia auto. Lui era sempre in compagnia di due gorilla, probabilmente li aveva presi direttamente dallo zoo o da qualche paese africano, perché quando gli diceva le cose loro non capivano e doveva ripetergliele diverse volte. Era divertente, perché certe volte il cilindro di ciccia si arrabbiava e cominciava a saltare e tutto il grasso si spostava su e giù… alcune volte però mi faceva schifo. I suoi giri erano sempre gli stessi. Pizzerie. Venditori di ingrosso. Supermercati.

Al poligono Clara mi passò un silenziatore. Un regalo di un amico. Lu. Questo lo avevo capito senza che me lo dicesse. Cominciai ad esercitarmi a sparare con il silenziatore. Faceva uno strano effetto… cioè sentivo che sparavo ma i colpi non li sentivo, sentivo solo un piccolo rinculo… era tutto ovattato.

Il giorno stabilito per tentare di mettere cilindro di ciccia a terra, telefonai a Simona. Simona era una delle ragazze del locale. Di solito lei sta nella gabbia. Gusti strani. Ma cosa ci volete fare? a me piace sparare..ahahahah Simona era un asso nel trucco e con i capelli.

“Pronto Simo, sono Angy.”

“Ciao Angy. tutto a posto? Sono giorni che non ti si vede al locale. Stai bene? Non è che Lu ti ha lasciato a casa?”

“No nulla del genere. Solo ho bisogno del tuo aiuto.”

“Dimmi tutto”

“Ho bisogno di diventare una ragazza degli anni 50″

“Tipo pin up o tipo ragazza casta e pura?”

“Il primo tipo.”

“Bene. Sono li da te in mezz’ora. Ti porto anche qualcosa da mettere”. Dal tono di voce avevo capito che Simona si sarebbe divertita molto.

“Grazie”

Mezz’ora dopo Simona era da me e aveva cominciato a mettermi le mani nei capelli.

“Questi li facciamo diventare biondi. Platino”

“Scusa?”

“Ti fidi o no? Lascia fare a me. Cadranno ai tuoi piedi anche i tossici che ci sono sotto casa tua”

“Ah, ma quelli cadono da soli, anche se non mi vedono. Lo fanno ogni giorno.”

Abbordarlo fu piuttosto semplice, soprattutto grazie alle scarpe. Fu più difficile far capire ai suoi scagnozzi che non volevo gente intorno mentre parlavo con lui nel bagno degli uomini del locale dove l’avevo seguito e dove avevo fatto di tutto per farmi notare da lui.

Un bel paio di scarpe scamosciate rosse: questo era stato l’inganno. Gli americanoidi le chiamano peel toe, a me ricordano molto le scarpe che mia nonna aveva nelle foto che guardavo da bambina. Quelle con il buchetto davanti. Erano le scarpe più belle che avevo e che si intonavano con la camicetta e la gonna che mi aveva portato la Simo. Rigorosamente bianca la camica e nera la gonna. In più avevo anche una bella fascia alta che mi faceva da cintura.

Il bianco e il nero sono fratelli. Sono opposti ma sono fratelli. Stanno bene insieme e quando ci sono loro creano un’armonia tra i colori che stanno insieme a loro. Con i capelli platinati e le scarpe rosse, sembravo un’altra persona. A pensarla bene, non solo sembravo un’altra persona, ma mi sentivo un’altra persona. Diversa. potevo sentirmi libera di essere veramente me stessa.

“Allora micetta, cosa è che devi dirmi di così importante?” stava già cominciando a sbottonarsi la cinta

“Senti bel fusto,”

Senti ciccione bastardo

“Che ne dici di un bel giochetto con me? Veloce veloce. Giusto 5 minuti”

Che ne dici se giochiamo con la mia pistola tu ed io? Solo che tu muori e io scappo via

“Ma certo tutto quello che vuoi, basta che mi fai vedere il reggicalze.”

“Poi facciamo il mio gioco, intesi?”

“Tutto quello che vuoi”

Anche morire? Come sei stupido.

Alzo la gonna e gli faccio vedere il reggicalze. La sua gola va su e giù. cominciano a scendere goccioline di sudore dalla sua fronte.

“Ahahhahhah” e adesso che cazzo fai? “Devi scusarmi. Cosa devo fare?”

Mi tolgo la cinta, lo prendo per mano e lo porto in fondo al bagno. Vicino alla porta di servizio che di solito è chiusa. ma che stasera è aperta.

Fuori c’è la mia auto che mi aspetta. Apro la porta del bagno.

“Io ti bendo. E poi ti faccio una cosa che nessuno ti ha mai fatto.”

“Micetta, non resisto.”

“Neanche io”. Tolgo la sicura. Mi metto di lato per evitare di sporcarmi. Bang. Bang Bang.

Neanche io resisto ad un paio di scarpe rosse.

Apro la porta ed esco. Sono un’altra io.

Penso che lo dirò a Lu.

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Avventure di un cittadino incauto

Caro lettore incauto, che bordesando bordesando (non cercare sul vocabolario, te lo dico io cosa vuol dire bordesare: navigare così, a caso, senza una meta precisa) sei capitato in questo blog, hai mai provato a fare un giro in campagna verso maggio, giugno?
Lo so: per chi abita in città la campagna è bella per la prima mezz’ora, poi… poi può essere divertentissima. Come si fa? Allora, stai ben attento.
Scegli una bella giornata, possibilmente piuttosto calda, se un po’ afosa meglio ancora.
Il pomeriggio tra le quattro e mezza e le cinque sarebbe l’ora migliore.
Poi devi andare a cercare campi in cui il contadino stia innaffiando. Hai presente quei grossi getti di acqua che girano? Dai, non dirmi che non li hai mai visti perchè non ci credo.
Comunque: parcheggia l’auto o la bici all’ombra, stai tranquillo che ne trovi ancora, togliti scarpe e calzini (per favore non mettere i saldali con i calzini bianchi a mezza gamba, stanno male ai tedeschi figurati ad un italiano!), poi piano piano avvicinati al getto di acqua.
Occhio giovane, che non ci sia il contadino nei paraggi: di solito è un tipo alla mano se vai a comprare le uova o un paio di galline stravecchie, ma se gli ammacchi un solo stelo di grano o una pianta di mais, i Visitors sono angioletti al confronto.
All’inizio stai un po’ alla larga dal bordo del cerchio che il getto disegna: quando ti passa vicino devi sentire solo uno spruzzo leggero leggero, ti verrà una leggera pelle d’oca, ma sarà piacevolissimo, te lo assicuro. Ad ogni giro del getto, avvicinati un po’ di più, non aver paura di bagnarti, gaurda che sole, ti asciugi in cinque minuti!
Mi raccomando: non guardare mai il getto dell’acqua. Il perchè lo capirai ad ogni giro, quando proverai a capire quanto manchi alla prossima piacevolissima nuvola di piccole gocce che ti rinfrescheranno come mai ti era capitato finora.
Alla fine, all’ultimo giro, sentirai un soffio leggero di aria calda, che diventa tiepida, poi più fresca, persino fredda: immaginerai la solita nuvoletta di gocce fresche e simpatiche. Arriveranno, seguite da un getto potente di acqua gelata, che ti farà gridare per la sorpresa e per il freddo, e… occhio, potresti anche perdere l’equilibrio. Il tutto in un amen.
Non posso scrivere le tue prime parole quando il fiato ricomincerà a collaborare con la voce, non mi pare il caso. So per certo che vorresti andartene.

Invece ti fermerai per un altro giro e magari un altro ancora, provando ad indovinare il momento esatto della doccia più fresca e piacevole mai provata. Altro che piscine con giochi d’acqua!
Appena ti rendi conto di avere troppo freddo, spostati, vai a cercare il caldo della terra non ancora innaffiata, che si solleverà ad ogni passo come una nuvola di cipria impalpabile, o di un prato che ha goduto delle carezze del sole per tutto il giorno e…
Ops, mi sono scordata di dirti di portare una salvietta e un cambio d’abito completi.
Scusaaaa!
Caro incauto lettore, penso proprio che dovrai aspettare che i vestiti ti si asciughino quel tanto da non infradiciare i sedili dell’auto o prenderti un bronchite pedalando lesto verso casa.
Eh dài, non prendertela!! Domani la racconterai in ufficio o agli amici e vedrai che figurone: tutti, quando passano accanto a quei getti d’acqua, vorrebbero fare quello che hai fatto tu, ma pochissimi ne hanno il coraggio. Io ne conosco solo due: tu e quella pazza di Lisa.

Lisasusi

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Capolinea Libertà – pensieri in libertà, monologo con punteggiatura.

Fermata n. 1 – Non ho voglia di pensare al lavoro che mi attende.
Fermata n. 2 – E neanche a come saranno, dentro, le case che vedo passare dal finestrino dell’autobus: niente gioco di decidere se mi piacerebbe abitare al primo piano di quel palazzo col giardino curato e rigoglioso, o se in quella torretta con le grandi vetrate della villotta liberty all’angolo.
Fermata n. 3 – Non m’interessano le vetrine né i visi delle persone che incrocio mentre l’autobus rallenta. Solo quella ragazza, forse mussulmana, vestita di grigio -  tunica grigia, foulard grigio, anche il viso è spento e grigio, rassegnato – ecco, solo tutto quel grigio davanti alle vetrine colorate mi ha attratto, e mi dispiace. Mi smorza i colori della piazza dove è appena arrivato il sole a dare vista al lastricato chiaro e al giallo delle facciate dei palazzi, alle tovagliette colorate dei tavolini di bar. Persino i turisti sembrano essersi svegliati dal torpore, come giocattoli a molla a cui il sole abbia dato la carica.
Fermata n. 4 -  In quel negozio lavora Lisa, la mia bambina. Mi ha raccontato di un’altra ragazza grigia, entrata per comprare un abito: era accompagnata da un uomo, come deve essere secondo le loro usanze, e siccome all’uomo l’abito che lei aveva provato non piaceva, era uscita a mani vuote. Lisa aveva visto negli occhi della ragazza, forse avevano la stessa età, il luccichio per la gioia di provare un bel vestito che si spegneva nella rassegnazione di non poterlo avere. Neanche per indossarlo sotto la tunica o nell’intimità della casa.
Fermata n. 5 – Quel grigio e quel colore sono durati lo spazio di una parola: LIBERTA’.
Fermata n. 6 – Ecco cos’era la mia voglia di pensare o non pensare, di guardare e non vedere: è la mia libertà che, sbagliando, penso di imbrigliare ogni giorno nelle convenzioni falsamente discrezionali, negli impegni importanti ma solo per oggi, nel rincorrere chissà cosa e chissà chi.
Fermata n. 7 – Invece sono libera, libera di essere  e quindi decido.
Fermata n. 8 – La mia libertà: devo trattarla meglio, visto che mi accompagna fedelmente.
Fermata n. 9 – Disegnerò per lei percorsi di vita semplici, magari cercando cose nuove ma non impegnative: anche lei deve essere libera.
Fermata n. 10 – Però, se capita qualcosa di brutto o spiacevole, come faccio?
Fermata n. 11 – Proverò a chiudere gli occhi, così se non vedo io non vede neanche lei. Certo devo cambiare io e non sarà facile, ma se ci tengo a lei dovrò farlo.
Capolinea – Non so quanto impiegherò, però ci devo riuscire. Sarà come se avessi nel mio essere due persone, di cui aver vissuto entrambe le vite. Ma voglio vite colorate, anche dai colori tenui, non importano le gradazioni, ma niente grigio.

Libertà

Libertà

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CONSUETUDINE

Alla solita ora di tutte le mattine eccomi mentre con un colpetto all’indietro mi stacco dalla scrivania e mi alzo pigramente dalla sedia molleggiata dell’ufficio.

Pochi passi e sono in bagno. Non ho motivo di andarci alla stessa ora ma un impulso primordiale mi spinge a farlo. Forse è solo il bisogno di distogliere lo sguardo dalle righe grigie e bianche di registrazione contabile.

Il bagno non è accogliente. La porta bianca è così leggera che finisce sempre con lo sbattersi alle mie spalle. Il rumore è rassicurante perché chiusa la porta, mi trovo da solo. Non sento più il telefono che squilla, i tasti della tastiera che picchiettano, i fogli stampati che vomita il fax, la carta che si strappa o si accartoccia.

Il pavimento rosso a mattonelle rettangolari sembra la via per il mago di Oz e porta ad un water che prima delle otto era bianco e profumato, mentre al mio arrivo è giallo e con la tazza alzata.

Se la finestra dietro il water è aperta è un brutto segno. Qualcuno prima di me ha già scelto quel posto come confessionale…così esco e cerco conforto nel bagno vicino ancora sigillato e con odore di varechina.

Con una calma paradisiaca alzo la tavoletta e con cura ovatto il pezzo di plastica che da lì a pochi istanti diventerà lo scranno del mio sedere.

Non una mossa diversa, uguale tutte le mattine. Un rito che si rispetti ha bisogno della solita gestualità, altrimenti perde di magia e di significato. Una volta ho provato a invertire qualche azione, ma subito mi sono riavuto dall’incorrere di avvenimenti non facilmente spiegabili: la caduta del rotolo di carta, l’immediato recupero dal porta rotoli del vicino.

Calo i pantaloni. Sento il rumore della cintura che picchia contro le scarpe. Appoggio i gomiti sulle gambe così come il mento sulle mani. Punto con lo sguardo la serratura tappata con il vecchio pezzo di carta e aspetto. Non so neppure io cosa aspetto in questa goffa postura. Semplicemente mi rilasso.

Ecco che i rumori della giornata si riducono a voci isolate e lontane di fuori. Si sentono tante vite diverse che brulicano oltre la finestra. Provo a diventare una parte del rumore. Mi confondo tra i suoni e mi faccio piccolo, piccolo. Mi piace questo gioco. Non so mai dove andrò a finire. Il segreto è farlo durare di più nel minor tempo a disposizione: questione di concentrazione.

Se sono fortunato il viaggio esplorativo finisce con un calmo ridesto dei sensi, altrimenti lo sbattersi della porta di ingresso mi fa sobbalzare e mi incita a tornare nel mio ufficio.

Devo lasciare il trono, tornare alla caotica burocrazia e alla monotona gestualità. Il consueto buon giorno all’altra parte del telefono, il cenno di saluto ai colleghi che passano davanti all’ufficio, il sorriso ebete agli anziani del gruppo, il ghigno agli amici del caffè, le frasi di circostanza a chi aspetta di essere pagato e le martellanti incitazioni a chi deve pagare.

I rumori fuori dalla finestra sono casuali e pieni di significato. I suoni più semplici sono quelli che portano la mia fantasia a luoghi lontani, mai visti.

Come un carcerato sono schiavo dei gesti di ogni giorno dato che sono le uniche cose che mi sono concesse di fare. Non essendo padrone del destino che mi riserba la mia prigione, mi riduco a trovare in ogni azione un diversivo alla giornata. Io lo trovo nei rumori che sento al di fuori delle sbarre. La mia libertà è la libertà degli altri, delle parole che trovano eco nell’aria.

Sono passati i cinque minuti più intensi della giornata. Se dovessi tornarmene al mio posto bendato, non inciamperei da nessuna parte. Tutto rimane nella consueta posizione, senza niente di personale. Eppure basta un rumore di fuori e il mio trono sembra posizionarsi come una pedina in un diverso corridoio del labirinto.

Il gioco più bello è quello di uscirsene ogni volta da un punto diverso. Sai da che parte entri ma non sai mai da che parte ne uscirai.

Oggi ho provato a discutere con qualcuno nell’altro bagno, quello di fianco a me.

Nessuno ha risposto alle mie domande dall’altra parte. Così stizzito ho abbandonato il gioco prima del previsto e sono tornato alla schermata grigia e allo screen saver.

Il telefono squilla, è il solito fornitore che ha bisogno di anticipi. La solita risposta rassicurante, la solita ri.ba che andrà comunque insoluta. Il cerchio si allarga, il centro si sposta, il diametro diventa irregolare ed eccomi ancora a regolarizzare e stringere il cerchio.

di Simona De Blasio

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